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Domande e Risposte

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E' contro l'integrazione trovarsi fra ragazzi e ragazze con la sindrome di Down?

lavoro del Centro giovani M-House di Ravenna -anno 2009


È contro l’integrazione trovarsi fra ragazzi e ragazze con la sindrome di Down?
Mi è successo spesso di sentire frasi del tipo: “Conosco una associazione di genitori con figli con sindrome di Down. I loro figli si trovano assieme, per sedute di psicomotricità o per andare in gita ecc. A me sembra che questa non sia vera integrazione.”
Che dire?
Un commento non è semplice. Forse è opportuno procedere per gradi.
Dopo tanti anni di integrazione è molto salda in me la convinzione che le persone con disabilità hanno innanzitutto bisogno di scoprire e coltivare ciò che li accomuna a tutti gli altri. Ritengo perciò che le alternative all’inserimento in una classe comune siano una risposta sbagliata alle esigenze degli allievi con sindrome di Down (e degli altri allievi con disabilità). Il contatto con i coetanei permette loro di costruirsi una prima forma di identità sociale, caratterizzata dalla evidenziazione di ciò che accomuna tutta l’umanità.
Con il passare del tempo e in particolare con la presa di coscienza di avere difficoltà specifiche dovute ad una particolare “malattia”, si evidenzia la necessità della costruzione di una seconda forma di identità, caratterizzata dalla evidenziazione di ciò che accomuna tutte le persone che hanno la stessa malattia (uso apposta il termine malattia - ma avrei potuto anche usare disturbo o altro di simile - e non un termine neutro come “condizione” o altro di analogo). Il bisogno di costruirsi questa seconda forma di identità diventa sempre più forte a partire dalla tarda adolescenza. Trovarsi tra persone con sindrome di Down può configurarsi allora come una specifica forma di integrazione specifica. Complementare a quella che si ha con la società di tutti i coetanei, anzi di tutti, indipendentemente dalla loro età.
RV


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